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È giusto dire ai bambini
che andranno dalla psicologa?

UNA MIA RIFLESSIONE
Psicologa Carolina Solina

Un anno fa sono stata contattata da una mamma per chiedermi aiuto con la figlia di 10 anni.
Le difficoltà riguardavano l’aspetto comportamentale della bambina, descritta come a volte scontrosa, permalosa e ribelle.
Ma non è questa la parte, seppur importante, di cui oggi voglio parlare.
F. Si si presenta da me la prima volta un po’ timida, ma tutto sommato disponibile al dialogo. Le chiedo se sapesse il motivo per il quale fosse venuta a conoscermi e in maniera un po’ divertita mi dice che sa che a volte il suo comportamento non è proprio adeguato e che forse io posso aiutarla a migliorare. Fino a qui tutto bene. Proseguiamo il nostro incontro e le propongo qualche attività divertente per iniziare un po’ a conoscerci a vicenda.
La vedo una seconda e una terza volta, entra nel mio studio via via più sorridente e felice di iniziare ancora una nuova attività con me.

A un certo punto però le cose cambiano. Il suo sguardo cade su un piccolo angolo della mia scrivania, che sicuramente non aveva notato le volte precedenti. La bambina prende in mano un mio biglietto da visita e lo fissa. A voce bassa mi chiede: “ma tu sei una psicologa?”
Ammetto che resto un attimo confusa, ma non faccio nemmeno in tempo a dare una risposta, che F. si mette a piangere. È un pianto intenso, si percepiva una grande sofferenza, il dolore, l’inganno e il tradimento che F. aveva provato nel non essere stata informata dalla mamma su chi io realmente fossi. Come se le parole “Psicologa” e “Carolina” non potessero stare assieme.
Mi chiede ancora: “ma io sono pazza? C’è qualcosa che non va in me? Ti prego dimmi se sono pazza”.
E lì mi rendo conto di come i nostri tre incontri che prima avevano reso in qualche modo felice F., adesso erano stati spazzati via da una sola etichetta, quella di “PSICOLOGA”.

Incredibile quanto potere abbia ancora il pre-giudizio legato a questa categoria.
F. si era talmente spaventata da quella parola che questo non l’ha fatta più tornare da me.
Quell’evento è stato un grande insegnamento per me. Ho capito innanzi tutto quanto ancora lavoro ci sia da fare per togliere quello stigma così forte attaccato alla mia categoria, ma soprattutto quanto la lealtà sia essenziale per i bambini. Non possiamo correre il rischio di tradirli, perché questo li ferirà molto.

Ai genitori che incontro oggi dico sempre di essere sinceri con i loro bambini, certo cercando sempre di colorare il più possibile le parole, facendo leva sul fatto che:

E poi tocca me.

Quando li conosco, so che devo abbattere quel muro di pregiudizio che probabilmente può esserci dentro di loro, e questo lo ammetto, mi spaventa sempre. Spiego chi sono, mi presento. Faccio capire loro che dietro quella parola così grigia c’è una ragazza, che vorrebbe solo conoscere chi ha di fronte, perché forse l’incontro potrebbe rivelarsi ben diverso da quello che ci si poteva aspettare all’inizio. Entro in stanza e do tutta me stessa per riuscire a portare un po’ di colore, per abbattere quel muro.

Poco fa ho conosciuto un nuovo bambino. La mamma mi ha informata del fatto che anche lui fosse molto titubante nel venire a conoscermi perché aveva scoperto quella parola terribile che non si può pronunciare.
È venuto, certo spinto dalla mamma. Mi sono presentata e siamo entrati in stanza.
Abbiamo finito e quando siamo arrivati al momento di salutarci mi ha sorriso e mi ha detto “Mi sono divertito molto, sai?”

Forse con lui quel muro maledetto l’ho abbattuto.

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